Indirizzata a Ranieri, era nascosta in
una chiesa di Salice Salentino
Ritrovata lettera d’amore di Leopardi
di Emma Giammattei
Ormai lo sappiamo. Il significato più profondo della lettera rubata è proprio
nel fatto che sia stata rubata, mentre la sua sostanza reale sta lì, dinanzi ai
nostri occhi, invisibile per la sua stessa evidenza.
In questo senso, soprattutto, è esemplare la vicenda del ritrovamento di una
lettera autografa di Giacomo Leopardi ad Antonio Ranieri. Il ritrovamento è
avvenuto in circostanze molto singolari, nella chiesetta di campagna di Salice
Salentino, in provincia di Lecce. La lettera era sinora mancante all’appello
del piccolo decisivo manipolo epistolare di 39 pezzi, a sua volta trafugato nel
1975.
Le altre lettere furono recuperate nel 1981
e accolte nella sede legittima, tra gli autografi del Poeta e le carte Ranieri
della Biblioteca Nazionale di Napoli. Interessa, insomma, il viaggio testuale di
questo autografo, dall’Album discreto della nobile famiglia napoletana Carafa
d’Andria, alla duplice dispersione, e infine al recupero, come in una storia
gotica, in una sperduta chiesetta rurale, curioso ricovero per uno scritto
dell’ateo e scandaloso Leopardi, dov’è stata fatta trovare da un
collezionista anonimo, preoccupato di esser scoperto con materiale rubato.
Ebbene, diciamo subito al lettore che non si tratta di una lettera inedita.
Pubblicata nel 1909 sulla Nuova Antologia, essa compare sia nell’edizione
Flora (1949) di Tutte le opere, sia nell’edizione Ghidetti-Binni (1969), sia
infine nell’edizione dell’Epistolario a cura di Franco Brioschi (1998). E
allora? Di quelle 39 lettere scritte tra il novembre 1832 e l’aprile del 1833
da Leopardi rimasto a Firenze, al Ranieri perso dietro le tracce di una femme
fatale, l’autografo doppiamente sottratto ed ora ritrovato rappresenta in
effetti un vertice di disperazione sentimentale che testimonia peraltro una
storia ben nota agli studiosi.
Una storia che gettò nello sconcerto la famiglia del poeta e che ha gettato
un’ombra sulla ricezione del Leopardi da subito e soprattutto a Napoli, in
quella società napoletana che sia Leopardi che Ranieri detestarono.
Ma citiamo intanto, perché il lettore possa intendere, il passo finale di
questa lettera dell’11 dicembre 1832 che ci è appena stata restituita: «Vorrei
poterti consolare da vicino, vorrei che questa cosa non si opponesse alla
congiunzione, da noi tanto meditata e desiderata, dei nostri destini. Ranieri
mio, tu non mi abbandonerai però mai, né ti raffredderai nell’amarmi. Io non
voglio che tu ti sacrifichi per me, anzi desidero ardentemente che tu provvegga
prima di ogni cosa al tuo benessere; ma qualunque partito tu pigli, tu disporrai
le cose in modo che noi viviamo l’uno per l’altro, o almeno io per te, sola
ed ultima mia speranza. Addio, anima mia. Ti stringo al mio cuore, che in ogni
evento possibile e non possibile, sarà eternamente tuo».
Ecco, dunque, di che si tratta. Alcuni anni fa, con la sua consueta bella
chiarezza, il critico Carlo Dionisotti, nel raccontare la storia del rapporto
fra Leopardi e Ranieri, ricordava che la convivenza fra i due «unica piuttosto
che rara nelle cronache letterarie italiane, è un passaggio obbligatorio e
malagevole della biografia di Leopardi»; e che i biografi non potendo sopprime
l’antipatico e ingombrante Ranieri, ne avevano distaccato la figura da quella
del Poeta, restituendocelo come un vecchio, auspice, certo, l’imbarazzante
testimonianza dei sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi scritta appunto
nel 1880, pochi anni prima di morire. E invece, diceva il grande critico,
bisognerebbe ricostruire il profilo perduto del giovane Ranieri, che fu caro al
Leopardi, senza di che non si comprende neppure il Ranieri erede ed editore di
Leopardi del quale gli studiosi hanno pur dovuto, bene o male, tener conto.
Ritorniamo dunque al dato di partenza: cioè come leggere questa lettera, e cosa
essa, più che rivelare nasconde o nasconderebbe. Chi conosce l’intero blocco
epistolare sa che anche nelle altre lettere vi sono espressioni che, se
sottratte al registro ottocentesco e del Leopardi amicale, si prestano ad una
lettura diversa, che del resto, vale la pena ripeterlo, attesta, come in uno
specchio, il livello della ricezione. Nella lettera seguente, ad esempio, del 18
dicembre, Leopardi scrive: «…voglio assolutamente per Dio, e per la memoria
della vita menata insieme, ribaciarti prima di morire, secondo la tua promessa».
E ancora; «…se gli uomini ti deridono per mia cagione, mi consola almeno che
certamente deridono per tua cagione anche me, che sempre a tuo riguardo mi sono
mostrato e mostrerò più che bambino». (5 genn. 1833).
Persino gli intellettuali laici napoletani che leggevano ed ammiravano il
Leopardi delle Operette non potevano fare a meno di chiamarlo con affettuoso
compianto «il povero Giacomo». Al solito più spregiudicata l’analisi
desanctisiana quando si concentra intorno all’immagine femminile vagheggiata
dal Poeta, che è sempre, da Silvia a Nerina, costitutivamente sparente,
destinata a sparire. Come ebbe a scrivere un grande lettore di Leopardi, anche
in questo caso, però - tienilo a mente, lettore, prima di consegnarti alle
interpretazioni ovvie - la profondità è in superficie.
11 dicembre 1832
Ranieri mio. Io credeva appena a' miei occhi leggendo la tua del 6. Tanta
vigliaccheria in animo umano o muliebre non è né sarà mai credibile se non
dopo il fatto, come in questo caso. Sento ch'è affatto inutile ch'io tenti
d'esprimerti la mia compassione, perché qualunque più viva parola sarebbe
infinitamente inferiore al vero. Vorrei poterti consolare da vicino, vorrei che
questa cosa non si oponesse alla congiunzione, da noi tanto meditata e
desiderata, dei nostri destini. Ranieri mio, tu non mi abbandonerai però mai, né
ti raffredderai nell'amarmi. Io non voglio che tu ti sacrifichi per me, anzi
desidero ardentemente che tu provvegga prima d'ogni cosa al tuo ben essere: ma
qualunque partito tu pigli, tu disporrai le cose in modo, che noi viviamo l'uno
per l'altro, o almeno io per te; sola e mia ultima speranza. Addio anima mia. Ti
stringo al mio cuore, che in ogni evento possibile e non possibile, sarà
eternamente tuo.
Giacomo Leopardi