Il Mattino, 23 Luglio 2002      Le altre News

Indirizzata a Ranieri, era nascosta in una chiesa di Salice Salentino
Ritrovata lettera d’amore di Leopardi
di Emma Giammattei


Ormai lo sappiamo. Il significato più profondo della lettera rubata è proprio nel fatto che sia stata rubata, mentre la sua sostanza reale sta lì, dinanzi ai nostri occhi, invisibile per la sua stessa evidenza.
In questo senso, soprattutto, è esemplare la vicenda del ritrovamento di una lettera autografa di Giacomo Leopardi ad Antonio Ranieri. Il ritrovamento è avvenuto in circostanze molto singolari, nella chiesetta di campagna di Salice Salentino, in provincia di Lecce. La lettera era sinora mancante all’appello del piccolo decisivo manipolo epistolare di 39 pezzi, a sua volta trafugato nel 1975.
Le altre lettere furono recuperate nel 1981 e accolte nella sede legittima, tra gli autografi del Poeta e le carte Ranieri della Biblioteca Nazionale di Napoli. Interessa, insomma, il viaggio testuale di questo autografo, dall’Album discreto della nobile famiglia napoletana Carafa d’Andria, alla duplice dispersione, e infine al recupero, come in una storia gotica, in una sperduta chiesetta rurale, curioso ricovero per uno scritto dell’ateo e scandaloso Leopardi, dov’è stata fatta trovare da un collezionista anonimo, preoccupato di esser scoperto con materiale rubato.
Ebbene, diciamo subito al lettore che non si tratta di una lettera inedita. Pubblicata nel 1909 sulla Nuova Antologia, essa compare sia nell’edizione Flora (1949) di Tutte le opere, sia nell’edizione Ghidetti-Binni (1969), sia infine nell’edizione dell’Epistolario a cura di Franco Brioschi (1998). E allora? Di quelle 39 lettere scritte tra il novembre 1832 e l’aprile del 1833 da Leopardi rimasto a Firenze, al Ranieri perso dietro le tracce di una femme fatale, l’autografo doppiamente sottratto ed ora ritrovato rappresenta in effetti un vertice di disperazione sentimentale che testimonia peraltro una storia ben nota agli studiosi.
Una storia che gettò nello sconcerto la famiglia del poeta e che ha gettato un’ombra sulla ricezione del Leopardi da subito e soprattutto a Napoli, in quella società napoletana che sia Leopardi che Ranieri detestarono.
Ma citiamo intanto, perché il lettore possa intendere, il passo finale di questa lettera dell’11 dicembre 1832 che ci è appena stata restituita: «Vorrei poterti consolare da vicino, vorrei che questa cosa non si opponesse alla congiunzione, da noi tanto meditata e desiderata, dei nostri destini. Ranieri mio, tu non mi abbandonerai però mai, né ti raffredderai nell’amarmi. Io non voglio che tu ti sacrifichi per me, anzi desidero ardentemente che tu provvegga prima di ogni cosa al tuo benessere; ma qualunque partito tu pigli, tu disporrai le cose in modo che noi viviamo l’uno per l’altro, o almeno io per te, sola ed ultima mia speranza. Addio, anima mia. Ti stringo al mio cuore, che in ogni evento possibile e non possibile, sarà eternamente tuo».
Ecco, dunque, di che si tratta. Alcuni anni fa, con la sua consueta bella chiarezza, il critico Carlo Dionisotti, nel raccontare la storia del rapporto fra Leopardi e Ranieri, ricordava che la convivenza fra i due «unica piuttosto che rara nelle cronache letterarie italiane, è un passaggio obbligatorio e malagevole della biografia di Leopardi»; e che i biografi non potendo sopprime l’antipatico e ingombrante Ranieri, ne avevano distaccato la figura da quella del Poeta, restituendocelo come un vecchio, auspice, certo, l’imbarazzante testimonianza dei sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi scritta appunto nel 1880, pochi anni prima di morire. E invece, diceva il grande critico, bisognerebbe ricostruire il profilo perduto del giovane Ranieri, che fu caro al Leopardi, senza di che non si comprende neppure il Ranieri erede ed editore di Leopardi del quale gli studiosi hanno pur dovuto, bene o male, tener conto.
Ritorniamo dunque al dato di partenza: cioè come leggere questa lettera, e cosa essa, più che rivelare nasconde o nasconderebbe. Chi conosce l’intero blocco epistolare sa che anche nelle altre lettere vi sono espressioni che, se sottratte al registro ottocentesco e del Leopardi amicale, si prestano ad una lettura diversa, che del resto, vale la pena ripeterlo, attesta, come in uno specchio, il livello della ricezione. Nella lettera seguente, ad esempio, del 18 dicembre, Leopardi scrive: «…voglio assolutamente per Dio, e per la memoria della vita menata insieme, ribaciarti prima di morire, secondo la tua promessa». E ancora; «…se gli uomini ti deridono per mia cagione, mi consola almeno che certamente deridono per tua cagione anche me, che sempre a tuo riguardo mi sono mostrato e mostrerò più che bambino». (5 genn. 1833).
Persino gli intellettuali laici napoletani che leggevano ed ammiravano il Leopardi delle Operette non potevano fare a meno di chiamarlo con affettuoso compianto «il povero Giacomo». Al solito più spregiudicata l’analisi desanctisiana quando si concentra intorno all’immagine femminile vagheggiata dal Poeta, che è sempre, da Silvia a Nerina, costitutivamente sparente, destinata a sparire. Come ebbe a scrivere un grande lettore di Leopardi, anche in questo caso, però - tienilo a mente, lettore, prima di consegnarti alle interpretazioni ovvie - la profondità è in superficie.

11 dicembre 1832
Ranieri mio. Io credeva appena a' miei occhi leggendo la tua del 6. Tanta vigliaccheria in animo umano o muliebre non è né sarà mai credibile se non dopo il fatto, come in questo caso. Sento ch'è affatto inutile ch'io tenti d'esprimerti la mia compassione, perché qualunque più viva parola sarebbe infinitamente inferiore al vero. Vorrei poterti consolare da vicino, vorrei che questa cosa non si oponesse alla congiunzione, da noi tanto meditata e desiderata, dei nostri destini. Ranieri mio, tu non mi abbandonerai però mai, né ti raffredderai nell'amarmi. Io non voglio che tu ti sacrifichi per me, anzi desidero ardentemente che tu provvegga prima d'ogni cosa al tuo ben essere: ma qualunque partito tu pigli, tu disporrai le cose in modo, che noi viviamo l'uno per l'altro, o almeno io per te; sola e mia ultima speranza. Addio anima mia. Ti stringo al mio cuore, che in ogni evento possibile e non possibile, sarà eternamente tuo.
Giacomo Leopardi