Corriere della sera, 18 Luglio 2002 Le altre News
Pozzano, la Regione: albergo brutto, va cambiato
L’assessore Di Lello: subito modifiche al progetto. E Lamberti insiste: ci sono molte difformità architettoniche
NAPOLI — Dopo il blitz degli ambientalisti a Poz-zano, si apre il dibattito sulla megastruttura alber-ghiera costruita sulle cene-ri della Calce e cementi. La questione è più filosofica che pratica. E la madre di tutte le filosofie è contenu-ta nel verbale della prima conferenza di servizi, 18 ot-tobre 1998: «La proposta progettuale – si legge – vuole la conservazione del-la memoria storica dell’i-dentità del luogo attraver-so il riconoscimento del-l’immagine dell’opificio in-dustriale e dell’intervento sull’ambiente tendente a fermare il degrado conse-guente all’incuria». È que-sto il documento che ha
definito l’edificabilità del-l’area (sottoposta a vinco-li poi «derogati») e che ha portato Legambiente a de-finire il complesso che sarà inaugurato l’anno prossi-mo un «ecomostro legaliz-zato». È da questo docu-mento che bisogna riparti-re.
Perché così come è ora, quella struttura non piace neanche alla Regione. Pre-cisamente
all’assessore re-gionale all’Urbanistica, Marco Di Lello. «Come è noto questa giunta è inter-venuta – spiega – quando già c’erano tutte le auto-rizzazioni. Ma con questo
non voglio scaricare re-sponsabilità. L’idea è buo-na e io sono per il riutilizzo dei volumi esistenti e per aumentare i posti letto sul territorio. Sul concetto so-no d’accordo. Dopodiché se andiamo nello specifico chiunque abbia un minimo di buon gusto, non può ap-prezzare la struttura rea-lizzata sinora. Non è un bel vedere».
Di Lello non si ti-ra indietro e prende un im-pegno:
«Apprezzo che Le-gambiente si ponga come obiettivo che gli imprendi-tori investano dal punto di vista estetico e architetto- nico. Chi governa la cosa pubblica può operarsi. Su-bito il sovrintendente Gu-glielmo ed io, ciascuno per le rispettive competenze, possiamo invitare concre-tamente la società Zac-chello a presentare un pro-getto
di miglioramento estetico. Si faccia una veri-fica della rispondenza dei materiali utilizzati e poi si proceda ad una serie di ac-corgimenti a minore im-patto ambientale».
Un pri-mo punto a favore della battaglia di Legambiente. Quanto al presidente della
Provincia, Amato Lamber-ti, ente che ha sottoscritto la conferenza di servizi, re-sta
del suo parere. «Così a vista – spiega – guardando il progetto originario e quello realizzato riscontro delle difformità architetto-niche. Di che tipo? Per esempio le figure erano meno rigide, molto più ar-moniose. Oppure la balco-nata dell’edificio centrale
non c’era». E l’assessore regionale dell’epoca, Fran-cesco D’Ercole, anche re-sponsabile
unico del con-tratto d’area?
«Non si può fare un discorso apodittico – spiega – contro una strut-tura ricettiva. Perché il ve-ro mostro era la fabbrica di cemento chiusa dal ’73».
Giustamente difende la scelta operata in conferen-za di servizi dall’allora giunta Rastrelli e da So-vrintendenza, ministero, comune di Castellammare, provincia di Napoli e altri
enti. «Ricordo che si pre-ferì – prosegue – un proget-to a basso impatto, che ri-ducesse le cubature esi-stenti di quasi la metà. Ma per esempio non rammen-to
l’uso dell’acciaio, ricor-do materiali di più mode-sto impatto visivo».
In-somma l’opinione comune è che l’opera «spari», come il bianco in televisione.
Forse un murales avrebbe dato più carattere alla struttura. O il pannello realizzato da un artista contemporaneo, che il so-vrintendente di allora Giu-seppe Zampino voleva po-sizionare sul costone, sa-rebbe stato un richiamo tale da far distogliere l’at-tenzione
dei passanti dalla struttura. Ma si tratta di ritocchi possibili. Quanto all’iter urbanistico della mega-struttura, ormai si è capi-to, è stato molto lungo. La seconda conferenza di ser-vizi ha evitato la costruzio-ne di una banchina in ce-mento sul mare (ora sarà mobile) e ha approvato le opere di contenimento. L’investimento si aggira attorno ai 55 miliardi di vecchie lire, di cui una trentina finanziati dal Ci-pe, quindi fondi pubblici.
Tant’è che il senatore di An, Michele Florino, affer-ma:
«Il complesso alber-ghiero di Pozzano, realiz-zato con la metà di finan-ziamento
pubblico, con l’occupazione presunta di 100 unità, non sarà, a mio sommesso parere, il volano di sviluppo dell’area. Una piccola crisi nel settore tu-ristico- alberghiero man-derà in fumo i miliardi pro-fusi dallo Stato e i posti di lavoro. La sinistra poco in-cline all’estetica, i mostri ed ecomostri della rico-struzione lo dimostrano, zoppicanti nella difesa del-la legalità manifestano con i contratti d’area una sola lodevole intenzione: attin-gere fondi dal pozzo finan-ziario dello Stato ed eser-citare il potere per fini esclusivamente persona-li».
E sempre il partito di Fini pone un’altra questione. Proprio in quel punto c’è una sorgente, si pensa diacqua sulfurea presente in più punti della costa, da qui si comprende la scelta degli imprenditori di per-seguire la strada della «beauty farm», del com-plesso dove ci si potrà «cu-rare» cullati dal mare, in un punto strategico della co-sta napoletana.
E proprio su questo pun-to, An pone un altro pro-blema. Luigi Muro, nume-ro
uno provinciale e il re-sponsabile industria del partito, Salvo Iavarone, parlano di «concorrenza sleale». «Vogliono fare una beauty farm – spiegano – quando la città di Castel-lammare non riesce a far decollare le proprie Terme. Si mettono in concorrenza
pubblico e privato, ma con armi impari».
Simona Brandolini
L’ACCUSA
Mazziotti: «Uno scempio peggio del Fuenti»
NAPOLI — «Per raccontare questa storia bisogna fare come nei romanzi e partire dall’ini-zio».
L’architetto Gerardo Maz-ziotti non ha timore del tackle duro e entra subito in scivolata.
«Questo scempio è stato possi-bile a causa della delibera con cui, nel novembre del 1998, il consiglio regionale ha approva-to all’unanimità una deroga al Put, il piano urbanistico terri-toriale (che recepiva la Galasso sull’inedificabilità delle fasce costiere, ndr), per consentire la trasformazione dei ruderi del Calce e cementi in un comples-so
alberghiero».
E cosa c’è di male in questo?
«Senza questa deroga non si sarebbe potuta ottenere la con-cessione edilizia».
E allora?
«I consiglieri di destra e di si-nistra,sospendendo per incan-to la polemica violenta sulle
prove di ribaltone in atto (da Rastrelli a Losco, ndr), decise-ro di varare in piena armonia un provvedimento a mio giudizio illegittimo e abusivo».
Per quale motivo, architet-to?
«Perché il consiglio regionale non ha il potere di fare una de-roga ad personam, solo per il caso di Pozzano. Ma questo è solo l’ultimo anello di una cate-na che inizia il 14 agosto del 1998 quando tutta la stampa cittadina riporta che c’è stato un accordo sciagurato tra il mi-nistro verde dell’Ambiente, Edo Ronchi, il Comune di Ca-stellammare e la Sovrintenden-za per fare un porto turistico al-la foce del Sarno, vera follia, e trasformare i ruderi del cemen-tificio in un albergo. Il 31 agosto di quell’anno già scrissi contro questa cosa e nei mesi succes-sivi lanciai appelli contro que-sta trasformazione-scempio. Appelli sempre inascoltati».
Non è esagerato considerare l’albergo di Pozzano come un nuovo Fuenti?
«No, anzi, per me è ancora peggio del Fuenti. Perché il Fuenti era visibile solo dal ma-re, questo è un pugno nell’oc-chio anche dalla terraferma».
Cosa si può fare ora?
«Esattamente quello che si è fatto per il Fuenti: cioè una cro-ciata per il suo abbattimento e la sua sparizione. Bisogna fare un esproprio da parte del mini-stero
dei Beni culturali e co-minciare a demolire. Oggetti-vamente quello di Pozzano è un
mostro e ha torto il mio amico Gravagnuolo quando sostiene che la scelta dell’albergo è cor-retta. Benedetto sbaglia, la scelta è scorretta. E poi il pro-blema non è di estetica: quel-l’albergo va abbattuto perché in quel posto non ci deve stare
nulla, nemmeno il cementifi-cio».
Obiezione: bisogna demolire anche una struttura formal-mente legale?
«E chi lo dice che è legale? Se-condo me il consiglio regionale non aveva, nel 1998, il potere di fare la deroga ad personam so-lo per il costruttore Zacchello. Anche il Fuenti era legale e an-che lì si tentò il restyling con Portoghesi. Ma bisognava ab-batterlo
perché era il simbolo dello scempio. Come l’albergo di Pozzano che devasta la Peni-sola
e una delle coste più belle del mondo».
Nino Femiani
Gerardo Mazziotti
LA DIFESA
Vozza: «No, ha dato un futuro all’area»
NAPOLI — «Bisogna am-mettere che quel progetto, contestualizzato in una fase
difficile per la città senza prospettive, ha dato la pos-sibilità ad un’area industria-le
di avere un futuro». Salvatore Vozza, ammini-stratore delegato della Tess, la società che gestisce il contratto d’area torrese-stabiese, in cui insiste la me-gastruttura
di Pozzano che tanto non piace ad ambien-talisti, sindaco e presidente della Provincia, difende una «scelta difficile». «Che ha ri-chiesto delle correzioni ri-spetto a vecchi progetti».
Si spiega meglio?
«Nel calderone di Italia ’90 in quell’area era previsto un residence. Il progetto suc-cessivo avrebbe invece uti-lizzato tutte le cubature esi-stenti.
Questo concordato tra i vari enti è stato di gran lunga ridimensionato ri-spetto
al precedente».
Si è aperto un dibattito sull’albergo di Pozzano, co-sa ne pensa?
«Ritengo che la discussio-ne su questa scelta sia legit-tima e vi partecipo senza
chiusura. È legittimo pensa-re che non sia stato utile mettere lì un albergo, però
stiamo attenti. Bisogna su-perare il punto che riguarda la legittimità degli atti o cu-bature diverse dall’origina-le. Da quello che risulta dal-le carte il progetto corri-sponde a quello concorda-to».
A lei piace il complesso quasi ultimato?
«Condivido la critica sul lato estetico. Io stesso ho chiesto tempo fa agli im-prenditori
di fare una rifles-sione sulla qualità architet-tonica della struttura, an-che rispetto all’uso dei ma-teriali, non perché siano difformi o scadenti, ma se una volta realizzata un’ope-ra cozza con quanto c’è in- torno deve esserci la possi-bilità di qualche aggiusta-mento. Proprio perché ri-tengo che l’ex Calce e ce-menti debba essere l’alber-go più bello della zona. Que-sto dibattito non può non portare ad una fase di arric-chimento e gli imprenditori si aprano a questa discus-sione. I progetti possono es-sere migliorati man mano che si procede e soprattutto quando si è certi che è un’a-rea turistica che deve esse-re qualificata».
Ma non sarebbe stato me-glio abbattere tutto, piutto-sto che recuperare?
«Sarebbe stato anche economicamente vantag-gioso abbattere tutto e rico-struire,
invece è stato scelto di salvaguardare la preesi-stenza industriale e tentare di fare progetto che incor-porasse pezzi della vecchia fabbrica. È una scelta».
E a chi invece critica il progetto di realizzare una beauty farm nella stessa
città delle Terme?
«Più albergi ci sono più aumenta la capacità di at-trazione sull’area. Significa
che avremmo un’offerta dif-ferenziata per il turismo e un’ulteriore ricchezza».
S. B.
Salvatore Vozza