La repubblica 5 Luglio 2002 La pagina con le altre notizie politiche
Il male oscuro che colpisce le nuove giunte
LUIGI VICINANZAUn «male oscuro» ha improvvisamente colpito le amministrazioni
regolarmente elette nella consultazione comunale di appena più di un mese fa.
Un male che, dopo una incerta ed estenuante campagna elettorale, mina subito
efficienza, operatività e credibilità dei Municipi. La sindrome si è
manifestata a Castellammare di Stabia e a San Giorgio a Cremano, due importanti
città amministrate dal centrosinistra. Nella prima, il sindaco Ersilia Salvato,
ds, è stata contestata via via da Rifondazione comunista, Udeur e verdi. Il
consiglio comunale non si è ancora riunito ma se i partiti scontenti dovessero
portare fino alle estreme conseguenze quel che hanno dichiarato nei giorni
scorsi, il neoeletto sindaco si troverebbe sin dalla prima seduta consiliare
senza più la sua maggioranza in aula. Proprio in quella Castellammare dove la
vittoria del centrosinistra era stata definita da Antonio Bassolino
l'equivalente del successo ottenuto l'anno scorso dalla Iervolino a Napoli.
A San Giorgio l'unico grosso centro dove l'alleanza di centrosinistra ha vinto
senza patemi d'animo e il sindaco della Margherita Nando Riccardi, demitiano, è
stato riconfermato al primo turno con oltre il 70 per cento sono i Ds invece ad
essersi autosospesi dalla giunta.
In entrambi i casi le liti, dopo la tregua elettorale e le tante buone
intenzioni professate da candidati e partiti, sono scoppiate sull'attribuzione
di assessorati, deleghe, poltrone. Beghe, più o meno legittime, che tracimano
ben oltre il recinto comunale.
Intendiamoci. Il «male oscuro» non infetta esclusivamente il centrosinistra.
Colpisce in maniera bipartisan anche la Casa delle libertà. A Caserta il
sindaco decisionista Luigi Falco è stato indotto l'altra sera in consiglio
comunale ad una figuraccia: dopo oltre un mese di trattative la lista degli
assessori concordata con i partiti non è passata.
Una scena che riporta indietro gli orologi della politica di dieci anni, prima
della legge sull'elezione diretta dei sindaci. Ancora a Giugliano, incoronata
dall'ultimo censimento come terza città della Campania per numero di abitanti,
il sindaco azzurro Antonio Castaldo ha dato forfait: si va allo scioglimento
dopo appena un anno dal voto, conseguenza di una faida tra Forza Italia e An.
Il quadro è poco rassicurante. E lo è ancor di meno se si considerano le
difficoltà che attraversa il consiglio comunale di Napoli, sempre a rischio di
stop per mancanza del numero legale in aula. O l'assemblea regionale la cui
capacità di approvare leggi è inferiore a quella di regioni
"concorrenti", la Puglia o la Lombardia che siano.
Se su scala nazionale la concezione patrimoniale della politica e delle
istituzioni teorizzata da Berlusconi dà l'immagine di un centrodestra compatto
(anche se la vicenda delle dimissioni di Scajola ha rivelato per la prima volta
in modo chiaro le divisioni e i gruppi contrapposti dentro Forza Italia), nei
livelli più vicini al cittadino innanzitutto i Comuni lo sfarinamento delle
alleanze elettorali di destra e di sinistra appare più evidente. Un problema
serio per la nostra democrazia. È il manifestarsi del conflitto tra l'interesse
generale di rappresentanza del sindaco e interessi più particolari espressi da
singoli consiglieri, gruppi, partiti. Nel 1993, travolti i vecchi partiti da
Tangentopoli, i sindaci ebbero mano libera, monarchi costituzionali. La scena è
mutata. «I partiti sono tornati ed è ora che alla Regione e nei Comuni se ne
tenga conto» ha detto in una riunione dei Ds Geppino D'Alò, vecchio quadro del
Pci ora capocorrente dell'ala liberal sotto la Quercia. Una promessa o una
minaccia?
Ha purtroppo ragione Geronimo quando ricorda nel suo ultimo libro, «Dietro le
quinte», che i tre grandi partiti della Prima Repubblica Dc, Pci, Psi da soli
rappresentavano l'85 per cento dell'elettorato. Oggi invece sono tornati partiti
nani, con percentuali spesso ad una sola cifra. Tra ricordi al veleno e
rivelazioni autoassolutorie, Paolo Geronimo Cirino Pomicino teorizza una
riedizione di un nuovo partito erede della Democrazia Cristiana e di quel
centrismo che piace anche in spezzoni di destra e di sinistra perché madre del
consociativismo l'ha ricordato Percy Allum su questo giornale che consente a
tutti di partecipare al potere, ma a nessuno di assumersene la responsabilità
per i programmi non realizzati e gli impegni con gli elettori non mantenuti.
Il «male oscuro» che mina le amministrazioni neoelette finisce per rafforzare
gli anticorpi di chi non ha mai sopportato la svolta del '93. Purtroppo i Ds,
che in questa regione hanno grandi responsabilità, sono offuscati da un
estenuante confronto interno e perdono di vista gli scenari generali. Dopo 10
anni sono ancora al timone quasi dappertutto, nonostante botte elettorali e
gravi sconfitte. Il contrario di quel che è accaduto a Roma dove dopo cinque
anni di governi dell'Ulivo e D'Alema premier, i Ds ormai sono allo sbando.
Quale terapia dunque? L'unica cura resta la capacità di governo, nonostante
partiti e partitini; con un riformismo praticato tutti i giorni. Non è facile.
Ma fuori dalle ambite stanze degli assessorati e dalle fumose sedi di partito,
c'è una realtà inquietante: la camorra che spara, l'economia che zoppica, le
farmacie che fanno pagare i medicinali, le grandi opere che aspettano aspettano
aspettano...
LUIGI VICINANZA